Missione in Congo da Padre Marcellino: riflessioni su un altro mondo

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Ed eccoci tornati dalla missione, ormai da qualche settimana, a dir la verità.

In tanti hanno seguito lo svolgersi dei lavori attraverso i giornali e internet (anzi, colgo l’occasione per ringraziare gli editori che hanno ospitato sulle loro testate il Diario dal Congo) e quindi più o meno tutti, magari anche con il passaparola, sapranno quello che è stato fatto e quanto ci sia ancora da fare laggiù. Quindi sarebbe abbastanza inutile riscrivere ancora le stesse cose, raccontare i fatti accaduti o dipingere nuovamente qualche quadretto drammatico che, purtroppo, lì non manca mai. Considero invece molto più utile sfruttare questo spazio per raccontare brevemente il mondo di padre Marcellino. (Continua…)

È bene capire chi sia padre Marcellino e cosa sia la sua missione. Dunque, spero di non omettere troppe cose. Marcellino è un vigoroso frate carmelitano scalzo, con alle spalle un’ottantina d’anni, di cui gli ultimi quaranta passati in Congo. Dico vigoroso perché malgrado l’età e l’ambiente in cui ha scelto di passare la propria vita, ha una forza incredibile, animato da una vitalità e da una voglia di fare davvero ammirabili. Io, francamente, non ci riuscirei. La sua missione di Lubumbashi, la seconda città del Congo si chiama Les Buissonet e si trova nella periferia cittadina, un quartiere poverissimo dove tutto è polveroso, dalle case a chi ci abita. Era, un tempo, una fattoria di proprietari belgi, acquistata poi dall’ordine di Marcellino verso gli inizi degli anni Novanta. L’attuale proprietà è di circa dieci ettari, per la gran parte però incolti. È tutta circondata da un muro di cinta che, in una situazione di estrema povertà come questa, sebbene il centro sia stimatissimo e rispettato da tutti, fa molto comodo. All’interno quindi ci sono le costruzioni, non certamente ricche ma sicuramente decorose. C’è la parte abitata dai frati, i quali sono quasi esclusivamente dei novizi; c’è la costruzione dove vengono accolti gli ospiti come potevamo essere noi; c’è la piccola chiesa dedicata a santa Teresa e ci sono dei magazzini e dei ripostigli per tutto ciò che serve alla vita quotidiana. Poi c’è la parte, diciamo così, produttiva che comprende un allevamento di maiali, credo poco più di una decina, e un altro di conigli. Ci sono anche due bellissimi orti, e dico bellissimi perché grazie alla ricchezza d’acqua e alla passione con cui vengono curati, rendono delle verdure squisite. Davvero degli ottimi ortaggi!

Sempre all’interno del muro di cinta c’è il complesso scolastico, le cui aule sono ospitate in lunghe costruzioni in muratura e con il tetto in lamiera. Gli studenti, circa un migliaio, possono seguire le lezioni dalla scuola materna fino alla sesta secondaria, che equivale al nostro ultimo anno di superiori. La scuola di Les Buissonet viene ritenuta una buona scuola, una sorta di paradiso tra la miseria del quartiere. All’entrata della missione, c’è la grande cisterna riempita continuamente con l’acqua di un pozzo profondo circa sessanta metri; qui ogni giorno centinaia di bambini stanno in fila in attesa di riempire le loro taniche di plastica da portare a casa. Ne ho contate fino undici, caricate su una bicicletta che quasi non si vedeva più. Il cancello dà sulla strada principale del quartiere, la rossa Route Kansimba, ovviamente non asfaltata e così polverosa che nei giorni di vento rende necessario un fazzoletto davanti alla bocca per non fare indigestione di sabbia. La strada, perennemente invasa di bambini, donne e qualche uomo adulto, porta da una parte verso la città e dall’altra verso l’ospedale che dunque si trova fuori del perimetro della missione. Il complesso ospedaliero si è recentemente arricchito, come si saprà, di una nuova maternità chiamata Le Rose; la vecchia struttura annessa funziona invece come ospedalino generico, tra le tante mancanze strumentali che potete immaginare. La differenza tra la parte vecchia e quella nuova è abissale, soprattutto per quanto riguarda una sorta di estetica dell’igiene. Spostandosi invece più all’interno del quartiere, lungo una strada secondaria, si arriva alla nuova scuola materna, quella inaugurata durante il nostro soggiorno. Questa struttura si è resa necessaria perché nel complesso scolastico interno alla missione c’era la necessità di avere delle aule libere. La soluzione si è trovata spostando le materne nel nuovo lotto.

Ecco: questa è più o meno la realtà materiale in cui si trova a vivere Marcellino. Una realtà, ripeto, di grande indigenza e dove la popolazione è poverissima, ammassata alle porte di una città altrettanto povera, e costretta a vivere in case spesso di un’unica stanza. Che poi magari è anche piccola, la stanza, e in famiglia arrivano anche a tredici e più persone. Una realtà in cui la missione rappresenta una sorta di paradiso fortunato e dove è possibile vedere anche gli unici bianchi che entrano in quartiere. In questi venti giorni passati, infatti, non ho visto nessun altro occidentale girare per queste strade. Già sono pochissimi in città; qui cosa dovrebbero venire a fare visto che non c’è nulla da fare? E questa rarità porta anche a conseguenze che, al di là del bene e del male, hanno fatto molto discutere. Per dirla proprio semplicemente: il musungu, che in swahili si traduce proprio “uomo bianco” rappresenta l’altra parte del mondo, quella ricca che può permettersi tutto. Quella in un certo senso da sfruttare all’inverso, a cui chiedere continuamente soldi e regali quando è presente. Una conseguenza dettata evidentemente da una storia che è di un po’ tutta l’Africa.

Questo è quanto. Questo è il ‘piccolo-grande’ mondo di Marcellino che, almeno per quanto riguarda la missione in sé, ha visto negli ultimi anni grandi miglioramenti grazie alla solidarietà sammarinese. La linea elettrica, la nuova centrale, il sistema idrico e tutto quanto è stato fatto con dispendio d’energie e di denaro da parte dei volontari. Un mondo felice che, e queste sono le parole dello stesso frate, sta avendo dei riflessi positivi sulla società esterna.

Effetti lenti, lentissimi, come gli stessi ritmi africani.

Per il resto poi manca tutto. Manca principalmente uno Stato che si faccia carico della propria popolazione, manca un’economia minima, manca la stabilità politica, manca un’istruzione generalizzata, manca quasi un senso di appartenere ad un popolo. Questo dispiace, dispiace tantissimo, considerando anche che il Congo, grazie alle enormi disponibilità minerarie potrebbe essere una nazione ricchissima. Qua c’è più o meno tutto, dai diamanti al coltan, che in pochi sanno cosa sia, ma è assolutamente necessario per i nostri telefonini e computer. Questo è quanto, o almeno, è l’idea che mi sono fatto in venti giorni. Che ovviamente, può anche essere completamente errata.

 

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