Tredicesimo giorno, 28 settembre 2010

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È stato un lungo giorno, soprattutto per padre Marcellino. Dunque, andiamo per ordine, raccontando anche l’antefatto. Circa due anni fa Marcellino acquistò un camion, un vecchio FIAT con ribaltabile, che poteva essere sicuramente utile nei lavori alla missione. Il problema però è che il mezzo aveva problemi al motore e così, malgrado i lunghi tentativi di riparazione, non ha mai potuto marciare sulla strada. La speranza si è però riaccesa a gennaio quando è stato portato in Zambia nell’officina di un italiano proprietario di un’impresa di trasporti. I pezzi di ricambio invece (pompa dell’olio, bronzine, eccetera eccettera) sono arrivati direttamente dall’Italia, pagati da alcuni benefattori sammarinesi.

Il camion è stato così riparato e oggi, finalmente, il giorno tanto atteso: quello di fare rientrare il mezzo in Congo. (Continua…)

Questa mattina siamo dunque partiti in direzione Kasumbalesa, la città di frontiera con lo Zambia, che si trova a circa 96 km a sud-ovest da Lubumbashi.

Le due città sono collegate da una autostrada, che qua è davvero una grande comodità: non è certamente paragonabile alle nostre ma almeno è asfaltata e permette di compiere la lunga distanza in circa due ore. La strada, ovviamente a pagamento, passa in mezzo alla brousse e attraversa molti villaggi di un pugno di case ciascuno, con il risultato di trovare pedoni ovunque e zigzaganti biciclette stracariche di merci varie. Così l’autista deve fare una attenzione incredibile e proseguire a velocità moderata. Il traffico non è denso, anzi, i mezzi che viaggiano sono alquanto scarsi; sono scarsi quelli che viaggiano, perché al lato della strada incontriamo decine di camion in panne con persone sedute che aspettano. Cosa aspettano? Non ne ho idea.

La faccenda di tutti questi camion guasti mi stupisce un po’: possibile, mi chiedo, che si rompano tutti oggi? Perché non li fanno controllare, prima di mettersi in viaggio? Poi penso al nostro camion, lo immagino con un motore fiammante e indistruttibile dopo il check-up fatto in Zambia, e mi beo al pensiero di come si mangerà i chilometri di questa lunga striscia di asfalto…

Il viaggio in macchina verso Kasumbalesa procede bene, facendo sempre attenzione a non travolgere qualcuno, e soprattutto i venditori a piedi che sembrano buttarsi contro la jeep per far apprezzare meglio quello che stanno vendendo. Tra questi raffinati commercianti mi colpisce soprattutto un bambino che ha in mano due eccellenze gastronomiche del luogo: un fascio di uccellini legati per le zampe e un simbilinky, che purtroppo però non abbiamo avuto la malizia di acquistare. Dicono che il simbilinky abbia una carne squisita, venerata dai maggiori gourmet del Congo; ora però se ne trovano pochi e chissà, magari tra qualche anno diventerà anche un presidio Slow Food! Pare che la sua morte migliore sia arrostito sulle braci ardenti oppure in umido, e la cosa viene confermata sia da padre Marcellino che da Enzo, che ha abitato in queste zone per circa una decina di anni. Ah, scusate, vi starete chiedendo che tipo di animale sia: nient’altro che un topo enorme, lungo una quarantina di centimetri e di un bel colore marrone. Spero ricapiti l’occasione.

 

Arriviamo finalmente a Kasumbalesa ed è il classico luogo di frontiera. Gente dappertutto, merce ovunque e doganieri in divisa bianca e blu con in mano dei gran fasci di soldi. E poi ci sono i ‘facilitatori’ e cioè coloro che, sfruttando questa o quella conoscenza, possono aiutare a farti passare senza rimanere invischiato nella ragnatela burocratica. Il nostro gancio è papa Guy, un pezzo grosso della dogana amico di padre Marcellino, dal quale veniamo a sapere che il camion è dall’altra parte, in territorio zambese. Tra noi e lui ci separa una distanza che immagino possa essere qualcosa come un centinaio di metri, forse duecento. Quindi? Quindi dalle nove di mattina, l’ora del nostro arrivo, il camion riesce a mettere le sue benedette ruote in territorio congolese solamente verso le sei di sera! E questo perché noi avevamo le conoscenze giuste che ci hanno fatto saltare qualche passaggio e risparmiare diverse mazzette di dollari. Perché qua manca sempre qualcosa che blocca le operazioni: un documento, una assicurazione, una ricevuta di pagamento, un libretto. Poi alla fine si sblocca tutto, metti le mani in tasca, lasci trecento dollari a qualcuno e tutto si risolve. Un mondo facile facile.

 

È bello il nostro FIAT. Ci emozioniamo quando canta il motore e vediamo che tra la ruggine del cassone ancora si vede benissimo che un tempo era di un bel rosso e di un blu acceso. Ha ruote grandi che potrebbero macinare strade infinite e fortuna che qualcuno ha pensato di invecchiarlo un po’ perché altrimenti sarebbe così lucido da abbagliare tutti, sotto il sole del Katanga.

E adesso è lì davanti a noi, pronto a partire. Partiamo, paghiamo cento dollari di pedaggio e rientriamo in autostrada. Il bestione davanti e noi dietro, festosi, con la jeep di Marcellino. Dopo due anni il camion arriverà alla missione.

Ma siamo così sicuri? Lo superiamo perché notiamo del liquido uscire, lo facciamo fermare e apriamo lo sportello che copre il radiatore: esce un cospicuo rivolo d’acqua che svuoterà ben presto il serbatoio. Così si decide di lasciarlo lì, ma solo perché in Africa è un peccato sprecare acqua! Mica perché è rotto, s’intende. Lui, il nostro FIAT, chissà quanti chilometri avrebbe potuto ancora fare.

 

Quando rientriamo alla missione è ormai notte. Ma arriviamo in tempo per assistere alla cattura delle api, quelle sotto il tetto. L’apicoltore capo ha assoldato il tuttofare Gabriele per assisterlo, e entrambi sono sull’impalcatura vestiti di tutto punto. Nel buio, sembrano i membri dell’equipaggio dell’Apollo 11 sbarcato sulla luna. Si prendono così un po’ di api e si chiudono nell’arnia: si è cercato di creare, da quel poco che riesco a capire, uno sciame artificiale. L’altra persona tra noi che s’intende di api, è però molto molto scettica su tale operazione…

 

E per finire un breve aggiornamento sui fatti della maternità.

Oggi hanno partorito tre donne, tutte senza problemi. Nessuna complicazione, nessun problema, tutto è avvenuto naturalmente. Dei bambini ancora non si sa il nome, perché come spesso accade, questo viene deciso in seguito.

E anche il piccolino nato ieri prematuro sembra potercela fare; o almeno, ha passato bene la notte avvolto nella coperta termica che lo separa dai rigori del mondo circostante.

 

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