Primo giorno, 16 settembre 2010

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Arriviamo all’aeroporto di Lubumbashi verso mezzogiorno. Il caldo si fa sentire, ma non disturba più di tanto. È un aeroporto militare e perciò non è possibile scattare fotografie; qualcuno, non sapendolo ci prova, ma viene subito fermato dai militari. Non facciamo neppure in tempo ad uscire dai cancelli che padre Marcellino ci viene incontro: io non l’avevo mai incontrato e il primo pensiero che ho, guardando quell’uomo arzillo con la testa ricoperta dal cappello bianco di paglia che gli ho già visto in mille foto, è che sia un uomo forte e sul quale gli anni non hanno fatto nessuna presa. (Continua…)

Sbrighiamo le formalità di sbarco senza nessun intoppo (sembra strano in un paese come questo) carichiamo i bagagli su un pick-up, carichiamo noi stessi sui fuoristrada e partiamo per la missione, per Les Buissonets, così si chiama.

Si trova alla periferia della città. Percorriamo prima strade semideserte e poi quelle più grandi, trafficate da ogni genere di mezzo che va dall’uomo fino al camion. Ai lati delle strade ciò che si vede è sempre uguale: file di basse costruzioni più o meno in piedi, con coloratissime insegne dipinte sui muri. Sono rivendite di ogni genere di merce, improvvisati saloni di bellezza, spacci alimentari. E davanti a questi, proprio sul ciglio della strada, centinaia di persone che espongono altra merce. Ho l’impressione che anche tre piccole latte piene di benzina, messe una sull’altra sull’asfalto, qui possano essere considerate un negozio. E comunque una piccola ricchezza da sfruttare in qualche modo.

 

Dopo qualche chilometro l’asfalto lascia spazio alla polverosa terra rossa e le misere costruzioni di prima lasciano a loro volta spazio a costruzioni ancora più misere. Sono le abitazioni di chi quasi non ha nulla. Ricordiamoci poi una cosa: il Katanga, la provincia dove si trova la missione, è forse la più ricca di tutto il Congo. Vista sotto quest’ottica, chi ha avuto la ventura di nascere qua è certamente un fortunato.

La strada sterrata porta al cancello di Les Buissonets dove ritroviamo un impressionante popolo di bambini che attinge acqua da una cisterna riempiendo taniche gialle di plastica. L’acqua di tutti i giorni, quella che banalmente noi abbiamo fresca in frigorifero o corrente dal rubinetto. Bambini anche piccoli, talvolta piccoli quasi come le taniche che comunque riescono a trasportare: è il loro lavoro.

Bene, parliamo di lavoro, quello che dobbiamo fare noi visto che ormai siamo qua. Lo scopo principale del viaggio è lavorare sulla linea elettrica, perché quella esistente è tanto precaria e ballerina che il suo malfunzionamento rischia di bloccare tutto il resto. La squadra inizierà ad occuparsene materialmente domani. Oggi lo impieghiamo per fare un po’ il punto della situazione. Controlliamo che il materiale arrivato con i container sia tutto a posto e dividiamo quello che abbiamo portato giù con i nostri bagagli: quaranta chili a testa di medicinali, cancelleria per la scuola, magliette, giocattoli e quanto occorre al personale sanitario per svolgere almeno le operazioni di base.

Padre Marcellino oggi sta con noi, malgrado abbia mille impegni perché i suoi più stretti collaboratori non ci sono più. Tra noi, come me, ci sono molte persone che si trovano qui per la prima volta. E allora ci mostra tutto quello che è riuscito a costruire, la scuola, il pozzo per l’acqua e il fiore all’occhiello di tutto il complesso: il piccolo reparto maternità. Si chiama “Le Rose” ed è stato inaugurato un pugno di mesi fa. È piccolo. Ma pulito, decoroso e funzionante. Ha problemi di personale ma è la cosa migliore che si potesse pensare. Perché dà dignità alle donne che devono partorire e una sicurezza ai neonati. Pare poco, ma qua è un miracolo. Per raggiungerlo, essendo fuori dalle mura della missione, si cammina tra una folla di bambini sorridenti, visceralmente affamati e forse senza neanche la speranza di mangiare, oggi; che ti stordiscono con i loro bonjour e i loro jambo, il saluto in francese e in swaili. Sono sporchi, tanto impolverati che sembrano la strada stessa e hanno magari solamente una scarpa ai piedi, ma sorridono. Padre Marcellino ci spiega che è un sorriso vero e non una maschera per avere qualche caramella. Ecco: qui sta tutta la bellezza di questa nazione ai limiti del mondo civile.

E questi piccoli scarabocchi che ti corrono accanto, in qualche modo ce la stanno facendo. Non si sa per quanto, ma almeno ci sono ancora. E se avranno anche un futuro decente si ricorderanno di Marcellino.

Ne muoiono ogni giorno, soprattutto nei primi mesi di vita.

Quanto potrà mai costare una incubatrice? Qualche giorno fa due gemelli nati prematuri sono morti perché nel reparto maternità questa mancava. Non ci sono stati i mezzi per poterla acquistare.

 

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